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Visualizzazione dei post con l'etichetta short stories.

be brave.

Aprii gli occhi. Avevo la sensazione di aver dormito per anni e per un secondo allo stesso momento. Distesa su un letto, circondata da fili e da fredde lenzuola bianche. Quelle fuori dalla porta erano persone? Non ne ero più certa. L’unica cosa di cui ero certa era lei, seduta accanto a me, intenta a leggere un libro, illuminata da un insolito sole di fine Ottobre. Alzò gli occhi dal libro e mi guardò sorridendomi e in un attimo fui circondata dal suo amore. Chiuse il libro e guardò fuori dalla finestra, godendosi quell’ insolito sole di fine Ottobre. Poi la vidi correre verso di me, colta da un improvviso entusiasmo. Quell’entusiasmo che mi toglieva il respiro. Tolse i freni dal letto e lo spinse verso il grande balcone. Fui improvvisamente investita da una forte luce che mi costrinse a chiudere gli occhi, poi calore, e ancora un leggero venticello sulla mia pelle, la sua risata dentro le mie orecchie e la sua morbida testa sul mio petto, abituato a sorreggerla e oggi con...

quiete.

Un gufo stava appollaiato sul davanzale della sua finestra, grigio e con una testa enorme. Provò a sporgersi per vederlo meglio in viso, le scivolò la mano e… All’ improvviso aprì gli occhi, era stato solo un sogno. Si girò verso la sveglia: le 5:00, ed era Domenica. Infastidita e annoiata si divincolò dal groviglio di lenzuola che la legavano. Restò, così, immobile a pancia in su, con le braccia e le gambe divaricate, assaporando il silenzio della casa, della città, del mondo attorno a lei. Le foto al muro sorridevano a mala pena e guardavano altrove, lontano. Stette a fissare un raggio di sole dividere le ombre sul soffitto, un timido e coraggioso raggio di sole dopo giorni di buio e pioggia. Lentamente si mise a sedere e guardò davanti a sé il baule di quercia sotto la finestra. Come ipnotizzata scese dal letto e si inginocchiò davanti ad esso. Dita intorpidite sfiorarono quel vecchio e sconosciuto baule, da quanto tempo era lì? “Stupida, da sempre!” le dis...

butterfly.

Delia amava la solitudine. Ci stava bene dentro. Aveva tutto lo spazio che voleva, ma vi era posto solo per lei e lei soltanto. Stava bene da sola e non considerate questa forma di ermetismo come uno scudo, una difesa dal mondo, una forma di sociopatia, era solo uno stile di vita. Viveva in un grigio monolocale con una farfalla come animale domestico, che stava lì, sulla parete, sottile, immobile. Uno schizzo impercettibile di colore. Delia stava ore con la faccia appiccicata al freddo muro e le parlava della vita, dei libri, della musica, dell'originale crudeltà dell'uomo, della sua precaria lucidità dominata dal vizio e dalla dipendenza, della prigione della materia, del fuoco distruttivo dell'esaltazione, degli alberi ricoperti di cenere umana e di Vittorio, di Vittorio che rendeva piccolo il suo universo, già così incerto. Vittorio, così simile a lei e così passeggero, che invadeva la sua intimità con l'aria, l'acqua, il fuoco e la terra senza po...

cenere calda.

Era l’alba. Un timido sole filtrava tra gli alberi, appena caldo, appena luminoso. Ma lei restava ferma lì, appoggiata al pilastro di legno del portico, avvolta da una coperta che profumava di ricordi. Avrebbe voluto fermare il tempo perché, si sa, la luce spazza via ogni residuo di oscurità, la nebbia si dissolve mostrando ogni peccato commesso, una carezza mancata, uno sguardo fugace che in quel momento si conserva, come un fotogramma in loop di una pellicola rovinata. E le sue guance presero vita. Si portò le mani sul viso. Avrebbe voluto mettere a suo posto ogni pensiero, sensazione, movimento, sospiro, eppure restava immobile, paralizzata dalla reminiscenza di quella biblioteca disordinata di emozioni. Un grammofono suonava note graffiate su, da qualche parte e fu scossa da brividi. Tutte le persone che amava erano lì: suo padre e sua madre che ballavano appena, sua nonna che li guardava, suo nonno che con un cappello calato sulla testa sorrideva e lui lì, accan...

reini mud.

Un lampo. Un tuono. I vetri sopra la sua testa che tremano. Gocce. Si mise a sedere sul letto e stette a guardare fuori la luce del lampione frammentata dalla pioggia. Adorava gli acquazzoni estivi. Adorava il riflesso dell'acqua, che scivolava sui vetri, sulla sua pelle. Un tatuaggio eterno che lavava via ogni imperfezione, ogni timore, ogni ostacolo. Allungò la mano verso il suo corpo nudo fino a creare un'ombra su di esso. Un'ombra labile, che al sorgere del sole lascia il posto alla luce che asciuga tutto, anche i ricordi. Anche gli occhi. Lady H.

voyeur.

… e stava lì, fermo, immobile, dietro la porta socchiusa. Sospiri. I loro. La luce del lampione davanti la finestra illuminava i loro corpi uniti da un violento abbraccio. I loro baci. Le loro mani. Così vicini  eppure così distanti da lui. Ma andava bene così. Si inebriava del loro odore. Godeva del loro umore. E li guardò morire fino alla fine. Un suicidio di passione. Lady H.

amante.

"Dev, ma non è Julia quella?" E immediatamente la musica smise di suonare nella mia testa... Era distante ma il mio naso si riempì subito del suo profumo, lo stomaco dei suoi baci, le mani del suo corpo, e per un attimo mi ritrovai su quel balcone, avvolto da lei e dal suo respiro sulla clavicola... Con una mano la tenevo stretta a me, con l'altra la facevo mia. Il ricordo dei suoi baci mi provocò una familiare sensazione al basso ventre, familiare ma unica. Feci scivolare la mano sotto il suo vestito rosso e mi feci spazio dentro di lei. Adoravo guardarla chiudere gli occhi e mordersi il labbro inferiore. Riprese a baciarmi con più passione di prima. Alzò una gamba per avvinghiarla attorno a me, chiedendo con quel gesto di farmi spazio ancora di più dentro di lei. Alla vista della sua nuda gamba e ad ogni suo gemito sarei potuto morire in quell'istante, ma solo quando la sua mano si fece strada dentro i miei pantaloni capì di esser ancora vivo. ...

tramonti.

Guardavo fuori dalla finestra. Il tramonto si faceva spazio tra grattacieli incompleti e le macchine sfrecciavano veloci sotto di essi, guidate da uomini desiderosi di tornare a casa, desiderosi come lo ero stata io poche ore prima, desiderosi di umanità e intimità. Le sue dita sfiorarono la mia schiena nuda, tra le scapole, lungo i fianchi e mi attirò a se. Era la cosa che mi destabilizzava di più, era l’incognita della mia vita eppure mi sentivo al sicuro con lui, mi sentivo sicura. Infilò il naso tra i miei capelli e mi strinse forte, mozzandomi il fiato. “A che pensi?” mi chiese. A cosa pensavo? Erano anni che ero in balia della sua passione, erano anni che lui si rifugiava in me, pausa della sua vita, ma continuava a restare libero da ogni sentimento, da me. Mi girai a guardarlo ed ebbi i suoi baffi sulla mia bocca. “Che c’è?” insistette. “Cosa vuoi?” gli chiesi. “Te.” “Mi hai già, ma tu cerchi di più…” “Io ho già di più, tu che vuoi?” “Voglio essere...

clouds.

"Jenni, esci da quella vasca! Finirà per prendersi un accidente quella ragazza..." disse allontanandosi dalla porta mia nonna. "Fa caldo, lasciala stare." Ero così rilassata che riuscivo a sentire il fumo della sigaretta uscire dalla bocca di mio padre mentre parlava e il frusciare della gonna di mia nonna tra le pareti strette del corridoio. Avevo perso la cognizione del tempo, anche dello spazio. Erano passati minuti, ore, decenni? La schiuma si era già dissolta, ma avevo il profumo del sapone alla vaniglia su per il naso. Guardavo lo scorrere delle nuvole dalla finestra sul soffitto. Avevo la sensazione di essere fuori, nessun muro a separarmi dal mondo, nessuna pelle, nessun cuore, solo il lento e ritmato viaggiare delle nuvole spinte dal mio respiro. Sola  con il mondo attorno. Vulnerabile  per esser cresciuta così in fretta. Indefinita come i sentimenti. Cosa c'era che andava? Tutto. Dall'odore dei pancake in cucina, dall'abbaiare d...

Subway, 1958.

"Perché mi guardano così?" pensavo. I bambini bisbigliavano tra di loro quando... "Ehi, ma che pagliaccio sei senza naso?!" Mi toccai la punta del naso e mi accorsi di non averlo. E così eccomi qui, in metropolitana, appoggiato al muro che aspetto il mio treno, ricoperto di torta e con 2 dollari in tasca. "Che pagliaccio sei senza naso?!" Eppure non era il naso che mi mancava, sentivo dentro qualcos'altro o forse non lo sentivo proprio. Dal tunnel arrivò una folata di vento e polvere e chiusi gli occhi... Che stai facendo? Ti sei annullato. Non esisti più. Chi sei? Lo hai dimenticato. Stai sacrificando tutto te stesso. Stai impiegando tutte le tue energie per realizzare i sogni degli altri. E tu? Ci sarai sempre e non per te stesso. Quindi preparati a restare da solo. Preparati. Oppure ritrovati. Cercati. Ricomincia. Ora. "Mi scusi?" Riaprii gli occhi a fatica. "Le è caduto questo." Un ragazzino mi porse u...

relationshit.

Erano seduti l'uno davanti all'altra, in silenzio. Il rubinetto della cucina scandiva i pensieri di entrambi. Lei fumava una sigaretta. Lui sorseggiava un amaro. Nessuno dei due batteva ciglio, si guardavano fissi. Litigavano tacendo. < TI ODIO ! > pensava lei, sputando fumo dal naso. < Non capisci niente . Sei come tutti gli altri, ottuso. Che cazzo aspetti a parlare? Ti credi superiore, facendo così? Che essere elementare è il maschio. Tu sei stupido, invece. Della peggior specie. Pensi di scoparmi dopo? Credi che anche stavolta io ci passi sopra? Non conosci limiti. Non capisci proprio. Non sei nemmeno così divertente. Ti basterebbe così poco per rendere tutto più semplice, e invece no... ti ostini a... a... A NON FARE UN CAZZO. E certo, hai avuto tutto servito su un piatto d'argento. Spesso mi chiedo cosa si provi ad avere il vuoto in testa. Purtroppo so cosa significa avere il vuoto dentro, mi basta guardarti per conoscere l'insoddisfazione. Son...