... in frac

... in frac

venerdì 12 settembre 2014

quiete.

Un gufo stava appollaiato sul davanzale della sua finestra, grigio e con una testa enorme.
Provò a sporgersi per vederlo meglio in viso, le scivolò la mano e…
All’ improvviso aprì gli occhi, era stato solo un sogno.
Si girò verso la sveglia: le 5:00, ed era Domenica.
Infastidita e annoiata si divincolò dal groviglio di lenzuola che la legavano.
Restò, così, immobile a pancia in su, con le braccia e le gambe divaricate, assaporando il silenzio della casa, della città, del mondo attorno a lei.
Le foto al muro sorridevano a mala pena e guardavano altrove, lontano.
Stette a fissare un raggio di sole dividere le ombre sul soffitto, un timido e coraggioso raggio di sole dopo giorni di buio e pioggia.
Lentamente si mise a sedere e guardò davanti a sé il baule di quercia sotto la finestra.
Come ipnotizzata scese dal letto e si inginocchiò davanti ad esso.
Dita intorpidite sfiorarono quel vecchio e sconosciuto baule, da quanto tempo era lì?
“Stupida, da sempre!” le disse qualcuno.
Così lo aprì e i bei ricordi la travolsero.
Apparentemente vuoto, al suo interno trovò solo una vecchia bambola di pezza, malandata e macchiata di inchiostro qua e là.
Se la portò vicino al viso per studiarne i contorni del viso; quel sorriso accennato, gli occhi socchiusi e le gote rosa.
Ne percepiva tutta la dolcezza, tutti i momenti passati spensierati e ad un tratto vuoti.
L’innocenza che lascia posto all’angoscia, la speranza ai progetti, la gioia ai sacrifici.
Tutto scorre su linee parallele, come su un binario, destinate a non trovare un compromesso, un punto d’incontro.
Come corde di una chitarra in continua tensione e destinate a vibrare e a scontrarsi per qualche istante, come quella volta che aprì il vecchio baule di quercia e vi trovò quella bella bambola di pezza e dimenticò, solo per un istante, che la quiete era diventata la nuova risata.


Lady H.


Helene Schjerfbeck, "Le scarpette da ballo"



giovedì 7 agosto 2014

sbarre.


In quelle foto non c'era sorriso, né uno spiraglio di felicità e così, davanti a quel muro pieno di ricordi, gli urlavo tutto l'amore che avevo dentro, quel sentimento senza parole, senza sorriso di circostanza, senza abbracci di consolazione e senza sguardi persi oltre quelle sbarre arrugginite.


Fuori, il mondo resta ignaro delle nostre t u r b e e noi ci abbandoniamo.
Lady H.


 






venerdì 20 giugno 2014

anni '90.

Sempre 'ste spalle curve in avanti. DRITTA CON LA SCHIENA!

Ok, va bene.
Ultimo mese di tortura, esame finale in accademia e l'ultimo per sta sessione all'università e poi Torino.
No, rEgà, devo staccare col mondo.

#ridottacosì
Vorrei tornare al millenovecentonovantanove, quando ancora non ero #ridottacosì e imperversava la musica dance, quella che spaKKava e pompava veramente nelle casse.

Troppi pensieri per la testa, stress, cose da fare e persone da educare e io non c'ho proprio voglia ecco perché mi merito 8 giorni di totale relax con quell'altra pazza che sta per laurearsi.

Sto chiudendo un po' di conti in sospeso, ridefinendo la mia borderline e recuperando qualcosa dalla mia "psicosi".
E' tutto ancora molto precario, pensieri, opere e omissioni.

Io, a volte, la vedo davanti a me che mi sorride e  affronto la vita con più coraggio.
Mi fa: "Non pensarci e vai avanti, perché adesso devono capire gli altri, non tu."
Ma, se posso essere sincera, mi sono rotta anche di aspettare che gli altri capiscano.

Okkei, non faccio altro che dire che voglio diventare mamma, che mi sento pronta, che il mio utero è pronto, che il mio istinto materno è palese, ma con i bambini, no con quelli che la mamma già ce l'hanno, UAGGHIO'!

Quindi ciao.
C I A O, vado in disKo che c'è la serata anni '90.

#nosense


Lady H.


sabato 3 maggio 2014

Io continuo a chiedermi, soprattutto in queste occasioni, perché te ne sei voluta andare.
Perché?
Io non ci so fare col tuo uomo, io non ci so fare col mondo.
A me piace stare sola.
A me piaceva stare sola con te, perché mi accarezzavi la testa e parlavi dolcemente.
Io non ci so fare con me, senza te.

sabato 5 aprile 2014

La generazione post Harry Potter.

Penso di aver fatto un buon percorso di lettura.
Ho iniziato a leggere J.K 14 anni fa, alla tenera età di 9 anni, in mezzo ai colori pastello, le tazzine da tè di ceramica sul mini tavolino, ciccio bello nel passeggino, le barbie sdraiate sul letto obitorio style e io seduta per terra, sul tappeto con gli orsacchiotti, con la sola luce di un’ abatjour scassata ad illuminare le pagine ruvide di Harry Potter e la pietra filosofale.

Gli anni sono passati, sono passate pure le notti insonni pur di finire quei libri prima della scuola, perché era insopportabile l’idea di dover chiudere Harry Potter e riaprirlo dopo 5 ore.
Poi vennero i film, gli album di figurine, i gadget, la malattia della scacchiera infinita, le bacchette e intanto le lacrime continuavano a farsi sempre più frequenti, la Rowling mi stava crescendo, mi stava dicendo che non tutto era magia bianca e che i buoni muoiono.

Per questo dico di aver fatto un buon percorso, perché sono cresciuta assieme a lei.
Perché dico questo?
Perché ieri ho finito di leggere “Il seggio vacante” e sono ritornata indietro di 14 anni ma con la testa e l’esperienza di un’adulta, ed è stato uno shock.
Basta con i maghetti pronti a sacrificarsi, basta col cattivo senza naso, qui i cattivi sono solo i poveri d’animo.

Ma di cosa parla il seggio vacante?
Parla del disagio adolescenziale e della paura di mezza età.
Dove i ragazzi hanno perso la loro innocenza e devono rimediare agli errori “dei grandi”, che si azzuffano per una vana gloria, per una “vittoria mutilata”.
Ragazzi che nuotano nell’ero e i pannolini sporchi, frutto di un possibile incesto, valvola di sfogo delle insicurezze, in balia dell’indifferenza e del grasso cittadino, costretti a subire i capricci ormonali degli adulti, divisi dai confini terreni ma uniti della voglia di cambiare, qui o lì.
Soli, davanti a genitori ciechi e abbagliati dalla perdita della guida, perché l’uomo più cresce più deve dipendere da qualcuno, perché solo non può farcela.


Allora cosa insegna la vita?
Ad andare avanti, davanti a piccole bare, lamette, sigarette e pettegolezzi, perché la vita non è quella degli altri, la vita è quella che ti si presenta davanti agli occhi, e J.K ci fa vedere la sua, 14 anni dopo.


Lady H.

giovedì 6 febbraio 2014

butterfly.

Delia amava la solitudine.
Ci stava bene dentro.
Aveva tutto lo spazio che voleva, ma vi era posto solo per lei e lei soltanto.
Stava bene da sola e non considerate questa forma di ermetismo come uno scudo, una difesa dal mondo, una forma di sociopatia, era solo uno stile di vita.

Viveva in un grigio monolocale con una farfalla come animale domestico, che stava lì, sulla parete, sottile, immobile.
Uno schizzo impercettibile di colore.
Delia stava ore con la faccia appiccicata al freddo muro e le parlava della vita, dei libri, della musica, dell'originale crudeltà dell'uomo, della sua precaria lucidità dominata dal vizio e dalla dipendenza, della prigione della materia, del fuoco distruttivo dell'esaltazione, degli alberi ricoperti di cenere umana e di Vittorio, di Vittorio che rendeva piccolo il suo universo, già così incerto.
Vittorio, così simile a lei e così passeggero, che invadeva la sua intimità con l'aria, l'acqua, il fuoco e la terra senza poter prendere un frammento di essi.
Vittorio, che le ricopriva lo spirito di schegge e le mani di baci.
Vittorio, che le parlava degli occhi del mondo e la faceva sentire piccola e affamata.
Vittorio, che la sporcava di fango e le puliva le ferite.

Così parlava alla farfalla, l'unica che rispettava la sua immacolata solitudine, che a volte accennava un battito d'ali, indifferente e comprensiva.

Ma le cose belle svaniscono rapidamente, lasciando una scia di vuoto, diverso dalla solitudine, simile ad un bozzolo di seta schiuso.


Lady H.



sabato 1 febbraio 2014

discovery.

Ieri ho scoperto di esser stata, in passato ovviamente, una ragazzina spudorata.
Io.
Spudorata.
Una grassa ragazza con l'acne e la riga in mezzo ai capelli che ci provava con i ragazzi palesemente.
Senza accorgersene.
Okkei, ero (e sono) piuttosto impacciata, parlavo ad alta voce e ridevo in modo isterico, ma da qui a dire che "si vedeva che ci provavi con me" no.

Considerando che sin da piccola sbagliavo persona (e sponda) vorrei riappropriarmi di quella incosciente ingenuità guidata da ormoni che tutt'ora pretendono l'ego che gli spetta.

Da piccola ero cosciente che ci fossero ragazzine mooolto più carine di me.
Ora sono cosciente che ci sono ragazze e donne molto più brillanti di me, 
ma non come me.

Eppure se tornassi indietro non so da cosa potrei salvarmi, forse non proverei nemmeno un po' a recuperarmi.

Ora raccolgo solo i cocci di quello che è stato e provo a ricostruirmi.








…lo guardai negli occhi, 
quegli occhi così innocenti
e gli chiesi:
 “vuoi fare l’amore con me?”
e non ci furono più parole tra di noi,
solo un’impacciata intimità.

 





Lady H.